Propulsione Umana - Human Powered Vehicles Italia

#salvaiciclisti - Chi ha paura del futuro?

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Marcello Minerbi, direttore della rivista Top Gear, sbarcata in Italia dall'omonimo programma della BBC, ha "l'impressione che si stia esagerando" e ce ne rende partecipi con il suo editoriale di agosto (in calce). Con un'apertura di questo tipo l'aspettativa è di un editoriale pacato, ragionato e ragionevole, un invito al dialogo. E invece no. Chiude l'articolo citando e sottoscrivendo una dichiarazione di Jeremy Clarkson che include frasi pesanti, pesantissime, un vero e proprio incitamento all'odio e alla violenza: "E perché noi automobilisti che abbiamo pagato le strade con le tasse non riceviamo nemmeno un cenno di gratitudine, quando decidiamo di non falciarvi?". Sottolineo e ripeto: "quando DECIDIAMO di non falciarvi".

Ora, la prima tentazione sarebbe di ripescare l'ipotesi già espressa da Paolo Pinzuti circa Giorgio Terruzzi di GQ. Ipotesi ampiamente plausibile anche nel caso di Minerbi (e Clarkson), tantopiù che li accomuna un buffo risentimento estetico verso le "tutine sgargianti". Ci pare invece più appropriato non cedere a tale tentazione e soffermarci su altri dettagli, tanto per capire con che individui abbiamo a che fare. Di Minerbi potremmo anche evitare di occuparci, il fatto che abbia bisogno di usare Clarkson per esprimere pensieri così "alti" la dice lunga sulla sua capacità di esprimere pensieri tout-court. Ma chi è Jeremy Clarkson? Un affermato giornalista inglese del mondo automotive. La sua biografia, scritta con humor di chiaro stampo anglosassone, finisce con il "vanto" di non aver mai utilizzato trasporti pubblici. Mah. Questo personaggio si è recentemente cimentato nella difesa di una donna inglese che, stanca di essere rallentata da un ciclista di mezza età, ha deciso deliberatamente di investirlo e ha concluso l'articolo con una "molto educativa" presa di distanza dalla violenza, salvo poi aggiungere un sibillino "Ma certe volte? Hmmm."

Ma sì, dai, diamo un po' di spazio anche al buon Minerbi, che in fondo ci si mette d'impegno per provare ad esprimere pensieri autonomi. Ad esempio passando in rassegna la solita serie di luoghi comuni circa ciclisti che passano con il rosso, che vanno sul marciapiede o in contromano, etc. per terminare con l'immancabile esempio specifico di un ciclista visto con i propri occhi (e con tanto di testimoni, ci informa Minerbi) mentre pedalava senza mani e parlando al cellulare a Milano. Non avendo possibilità di corroborare le proprie tesi con dati e fatti di rilevanza statistica (es. confrontando il numero di pedoni uccisi dalle auto con quanti sono "falciati" dalle bici sui marciapiedi) Minerbi è costretto a ricorrere all'esempietto, all'episodio sufficiente (a lui e probabilmente al suo pubblico) per trarre giudizi generali e mettersi la coscienza a posto su CHI sia davvero pericoloso sulle nostre strade.

Ma più di tutti colpisce e rende evidente la "distanza" che impedisce ogni dialogo, un concetto espresso in modo sottile e arrogante al tempo stesso (da Clarkson, che vi aspettavate?): "C'è un sacco di gente che ha paura del futuro e quindi va al bar a piedi o in bici per risparmiare". Ecco, qui si intuisce che Clarkson ha capito ben poco, anzi nulla, del perchè si possa scegliere di andare al bar in bici o a piedi. La chiave di lettura probabilmente sta in quelle parole "paura del futuro", la paura che attanaglia il "vecchio" di fronte al nuovo che avanza. La rivista, il programma e tutto il resto, fanno leva per il proprio business sul vecchio modello culturale di approccio ai trasporti: motore = potenza = velocità = progresso = figo. I Clarkson e i Minerbi di questo mondo sono gli anticorpi di un sistema che si sente sotto attacco, che perde colpi e terreno, il cui unico futuro sono i musei.

La mobilità a propulsione umana, a piedi, a pedali, a remi o altro mette nei musei i propri traguardi storici, ma resta attuale, efficiente e persino più veloce (v. trofeo tartaruga) di qualsiasi soluzione motorizzata. L'hanno capito decenni fa i paesi civili del Nord Europa e ora, volenti o nolenti, toccherà anche a noi barbari di civilizzarci. Chi ha paura del futuro?

Paolo Baldissera

Ecco l'editoriale di Top Gear cui facciamo riferimento:

Ho l'impressione che si stia esagerando. Un po', mica molto, ma un po' sì. Stamattina mi arriva un'email in cui l'ALOT (Agenzia della Lombardia Orientale per i Trasporti e la Logistica) dà notizia di un progetto presentato a Stoccarda, durante 'Cities for Mobility' con riferimento a un disegno europeo sulla sicurezza stradale SOL, Save Our Lives, di cui, in realtà, è coordinatrice a livello europeo. In tale occasione, l'ALOT ha illustrato le linee guida del progetto con attenzione particolare ai modelli della Provincia di Brescia e di Mantova, casi virtuosi sul tema della sicurezza stradale, esportabili a livello internazionale. Fin qui tutto bene. In tale sede si è parlato di come si possano progettare le strade nelle nostre città in modo che diventino sicure; che cosa si possa fare affinché i nostri cittadini si comportino nel traffico stradale in modo che nessuno si faccia male; come sia possibile affrontare le nuove minacce dei silenziosi veicoli elettrici, degli inaspettatamente veloci Pedelec, delle molte distrazioni causate da smartphone e lettori MP3 e via di questo passo. E anche fin qui tutto bene. Ma, prendendo lo spunto da questa lodevole iniziativa con riferimento alla minaccia delle auto elettriche (su cui concordo), vorrei aggiungere i recenti ventilati provvedimenti a favore dei ciclisti. Se ho capito bene, questi signori travestiti da corridori e queste ineffabili signore, che pedalano con la svagatezza della pazza di Chaillot sulle strade cittadine (ma che strade? Marciapiedi!), che vanno contromano e passano col rosso, saranno dotati di un passaporto per l'illecito conferito loro da autorità cittadine che, pavide, cavalcano una demenziale onda verde che demonizza le auto. Vado avanti coi ciclisti, che detesto con tutto il cuore non tanto per la loro attività, ma per l'arroganza, per il menefreghismo verso tutte le regole del vivere civile e della buona educazione. Visto non solo da me, ma da altri, un cretino pedalante senza mani col cellulare all'orecchio attorno alle 18 in una strada di Milano. Perché con l'auto allora io non posso usare il telefonino e lo scemo in bici sì? Questo è razzismo bello e buono, signori. Per chiarirvi ancor più come la penso sui biker, vi riporto una parte dello sfogo di Clarkson sull'argomento. Lo condivido in toto: "...Non ho mai dovuto rallentare, perché, tanto, ero bloccato dietro il sedere a strisce di un ciclista. Ma perché vi mettete quelle tute rivoltanti, quando andate in bicicletta? Non abbiamo nessuna voglia di vedervi i peli del culo. E perché dovete stare affi ancati in tre? Niente proteste, zitti, è vero. E perché noi automobilisti che abbiamo pagato le strade con le tasse non riceviamo nemmeno un cenno di gratitudine, quando decidiamo di non falciarvi? Temo che tutti i ciclisti siano persone orribili. C'è un sacco di gente che ha paura del futuro e quindi va al bar a piedi o in bici per risparmiare. Non discuto questo. Critico, piuttosto, la nuova idea, di sapore vetero comunista, che le strade sono lì per essere usate gratuitamente da tutti. Tranne che dagli automobilisti". Concordo e sottoscrivo.